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December 04, 2016

Fidel - In memoriam


Bisognava lasciar latrare i cani. È ancora notte, ma presto taceranno.
Possiamo cominciare a dire.
Fidel è morto.

Nel 5 Maggio Alessandro Manzoni, leva la sua voce « allo  sparir di tanto raggio ». Napoleone, nei Budenbrook anticipa i tratti hitleriani, imasscratore di un milione di egiziani, isepellitore del sogno della fratellanza democratica della Rivoluzione.
Ma Manzoni leva la sua voce, si interroga sulla più profonda orma che il creator suo spirito volle in lui stampare.
Sant Elena, il lungo autunno del l’Imperatore, i flutti oscuri del ricordo.
All’orma divina tanto profonda si accompagna mesta la veglia divina, posando accanto alla sua morte.

Il rumore dei media  adesso confonde le anime, nessuna voce si leva alta. Schiamazzo democratico.
Ma porgiamo l’orecchio al passare della generazioni. Allora sentiremo una voce. Parla.
Fidel viene dal peccato originario dell’America, latina nella strage degli indios. Viene dall’ultima resistenza di Netzauiacotl  in Tenochitan, viene dagli uomini di mais, dai maratoneti montanani del peyote, da Tupac Amaru, dai popoli delle foreste e delle montagne che neppure ebbero città. Fidel viene dai criollos divisi tra dominio e sogno, Fidel vide in sogno la Malinche, Malitzin, e comprese. Fidel viene da Mariategui, Recabarren, dai Montoneros dalle loro lance spezzate.
Fidel.
Fidel ed Ernesto Guevara.

Si dissero addio, così naturalmente, come si erano incontrati a Mexico nella casa di Antonia.
A Fidel restò la gestione della rivoluzione in Cuba, il Che sfuggì nel eternità del mito.
Noi non ci perderemo a ricercare errori e debolezze.

Fidel ebbe uno stato da mandare avanti e questa fu la sua banale grandezza; ma quel nodo dello statodalla Comune all’Ottobre resta irrisolto.
Fidel aveva letto l’Autunno del patriarca del suo amico Garcia Marquez.
È morto quando comincia l’inverno.


Orfeo Rosso

January 27, 2015

Ue-Grecia, spunta il patto segreto di novembre rinvio dei rimborsi già concesso ad Atene

L'altra Europa :-)))))


Federico Fubini

Negli anni '30 Franklin Delano Roosevelt prese una decisione che cercò di far passare inosservata fra i suoi elettori: per i debiti della Gran Bretagna verso gli Stati Uniti non c'era fretta, Londra poteva finire di pagare nel 1991. Avanti veloce a novembre scorso e l'Europa strappa una pagina dai libri di storia della Grande depressione e la infila in quella che prima o poi dovrà essere scritta su questi anni. I grandi creditori della Grecia, la Germania e gli altri governi dell'area euro, seguono l'esempio di Roosevelt. Decidono (in silenzio) che Atene può finire di pagare 245 miliardi di debiti tra un po'. Nel 2057.

Non mancano anche altre facilitazioni, in quella decisione del novembre scorso presa con tanta discrezione per non irritare il pubblico tedesco. Fino al 2020 la Grecia non dovrà versare un solo centesimo ai Paesi del club dell'euro, quelli che hanno tenuto il Paese a galla con i loro fondi da quando nel 2009 è emerso che i suoi conti pubblici erano un colossale inganno.
Quanto ai tassi d'interesse, quelli sui 53 miliardi di prestiti concessi ad Atene da ciascun governo del club sono stato ridotti a un livello pari al tasso interbancario a tre mesi più 50 punti: in sostanza, ad oggi, la Grecia paga lo 0,53% annuo.

I tassi sul fondo salva-Stati (Efsf), il grosso del pacchetto finanziario offerto ad Atene, attualmente sono di appena lo 0,21%. I pagamenti all'Efsf da parte della Grecia dovranno iniziare solo nel 2023 e finire appunto fra 42 anni. Le fasi più impegnative arriveranno nel 2032, dal 2034 al 2039 e soprattutto nel 2054. Prima, a partire da subito e fino alla fine di questo decennio, Atene dovrà saldare solo i propri debiti verso il Fondo monetario internazionale.

Se dunque il neo-premier Alexis Tsipras intende ottenere una sforbiciata sugli oneri che il suo governo è chiamato a sostenere, dovrà chiederla ai rappresentanti di Cina, Stati Uniti, Brasile, India, Sudafrica, Cile o Vietnam nell'organismo di Washington.

È anche chiaro chi sarebbe l'uomo teoricamente chiamato a presentare l'eventuale richiesta al consiglio del Fmi: Carlo Cottarelli, ex zar della spending review a Roma, ora direttore della circoscrizione del Fmi che comprende Grecia e Italia e, in anni passati, corresponsabile del piano di prestiti ad Atene in quanto capo del dipartimento fiscale del Fondo monetario quando quel pacchetto venne deliberato.

Nasce così uno degli equivoci più surreali nella tragedia sociale e politica che da anni si consuma dentro e intorno alla Grecia. Ha appena vinto le elezioni un partito cresciuto nei consensi grazie alla richiesta di una revisione del debito verso le nazioni creditrici. Ma a nessuno degli elettori è mai stato spiegato che quella revisione c'era stata due mesi prima del voto. Non lo ha detto la cancelliera Angela Merkel, per non confessare ai contribuenti tedeschi l'ovvia verità che i loro soldi non torneranno a casa molto presto. Non lo hanno ricordato Matteo Renzi da Roma o François Hollande da Parigi, presi senz'altro da altre priorità. Non lo ha fatto neppure Antonis Samaras, il premier greco uscente, perché voleva competere con Tsipras sulla base di una piattaforma molto simile a quella del suo giovane avversario: la richiesta di un taglio al debito. Spiegare che c'era appena stata una revisione su oltre quattro decenni avrebbe complicato e confuso il messaggio.

La vicenda tra debitori e creditori riparte dunque da qui. Quella spalmatura delle scadenze con cancellazione dei pagamenti di questo decennio fa sì che la Germania, al solito, ora sia riluttante a fare di più. In realtà sarebbe possibile: per esempio una riduzione di 0,5% dei tassi sui prestiti bilaterali nei decenni futuri porterebbe un sollievo enorme. Ma come spesso nel gioco degli specchi fra Atene, Bruxelles e Berlino, il fuoco del negoziato non è dove tutti guardano. È altrove, nelle politiche di bilancio dei prossimi mesi.

Se il governo Tsipras accetterà di restare nei programmi della troika, enormi pagamenti dall'Europa lo aspettano fra due mesi: riceverebbe 15 miliardi dall'ultima tranche del piano di assistenza, dai profitti della Bce sui titoli di Stato greci che ha comprato e dalla gestione dei salvataggi delle banche. In contropartita però Bruxelles e Berlino chiedono a Tsipras di impegnarsi a una riduzione del deficit da quasi il 2% del Pil, rinunciando alle promesse di spesa che gli hanno fatto vincere le elezioni. Queste ultime valgono il 7% del Pil, come se l'Italia lanciasse un'espansione di bilancio da 120 miliardi o la Germania da 250 miliardi senza spiegare dove trovano le risorse.

Se Tsipras si piegherà alle pressioni tedesche, rischia di perdere qualunque credibilità di fronte ai greci. Se rifiuta, il suo governo può collassare per mancanza di fondi fra pochi mesi ed essere costretto all'opzione nucleare: l'uscita dall'euro. Un accordo arriverà solo all'ultimo, probabilmente fra cinque o sei mesi. Sempre che a forza di nascondere la verità ai loro elettori, i governi europei non finiscano per perderne completamente il controllo.

June 30, 2014

Il Papa e le bandiere

Di Franca Giansoldati


Papa Francesco: «Il comunismo ci ha rubato la bandiera»


Sei poltroncine verdi di velluto un po' liso, un tavolino di legno, un televisore di quelli antichi, col pancione. Tutto in ordine perfetto, il marmo tirato a lucido, qualche quadro. Potrebbe essere una sala d'aspetto parrocchiale, una di quelle dove si va per chiedere un consiglio, o per fare i documenti matrimoniali.
Francesco entra sorridendo: «Finalmente! Io la leggo e ora la conosco». Arrossisco. «Io invece la conosco e ora la ascolto». Ride. Ride di gusto, il Papa, come farà altre volte nel corso di un'ora e passa di conversazione a ruota libera. Roma con i suoi mali di megalopoli, l'epoca di cambiamenti che indeboliscono la politica; la fatica nel difendere il bene comune; la riappropriazione da parte della Chiesa dei temi della povertà e della condivisione («Marx non ha inventato nulla»), lo sgomento di fronte al degrado delle periferie dell'anima, scivoloso abisso morale in cui si abusa dell'infanzia, si tollera l'accattonaggio, il lavoro minorile e, non ultimo, lo sfruttamento di baby prostitute nemmeno quindicenni. E i clienti che potrebbero essere i loro nonni; «pedofili»: il Papa li definisce proprio così. Francesco parla, spiega, si interrompe, ritorna. Passione, dolcezza, ironia. Un filo di voce, sembra cullare le parole. Le mani accompagnano il ragionamento, le intreccia, le scioglie, sembrano disegnare geometrie invisibili nell'aria. E’ in ottima forma a dispetto delle voci sulla sua salute.


E' l'ora della partita Italia-Uruguay. Santo Padre, lei per chi tifa?
«Ah io per nessuno, davvero. Ho promesso al presidente del Brasile (Dilma Roussef ndr) di restare neutrale».

Cominciamo da Roma?
«Ma lo sa che io Roma non la conosco? Pensi che la Cappella Sistina l'ho vista per la prima volta quando ho preso parte al conclave che elesse Benedetto XVI (2005 ndr). Non sono nemmeno mai stato ai musei. Il fatto è che da cardinale non venivo spesso. Conosco Santa Maria Maggiore perché ci andavo sempre. E poi San Lorenzo fuori le mura dove sono andato per delle cresime quando c'era don Giacomo Tantardini. Ovviamente conosco Piazza Navona perché ho sempre alloggiato a via della Scrofa, là dietro».

C'è qualcosa di romano nell'argentino Bergoglio?
«Poco e niente. Io sono più piemontese, sono quelle le radici della mia famiglia di origine. Tuttavia sto cominciando a sentirmi romano. Intendo andare a visitare il territorio, le parrocchie. Sto scoprendo poco a poco questa città. E' una metropoli bellissima, unica, con i problemi delle grandi metropoli. Una piccola città possiede una struttura quasi univoca, una metropoli, invece, comprende sette o otto città immaginarie, sovrapposte, su vari livelli.
Anche livelli culturali. Penso, per esempio, alle tribù urbane dei giovani. E' così in tutte le metropoli. A novembre faremo a Barcellona un convegno dedicato proprio alla pastorale delle metropoli. In Argentina sono stati promossi degli scambi con il Messico. Si scoprono tante culture incrociate, ma non tanto per via delle migrazioni, ma perché si tratta di territori culturali trasversali, fatti di appartenenze proprie. Città nelle città. La Chiesa deve saper rispondere anche a questo fenomeno».

Perché lei, sin dall'inizio, ha voluto sottolineare tanto la funzione di Vescovo di Roma?
«Il primo servizio di Francesco è questo: fare il Vescovo di Roma. Tutti i titoli del Papa, Pastore universale, Vicario di Cristo eccetera, li ha proprio perché è Vescovo di Roma. E' la scelta primaria. La conseguenza del primato di Pietro. Se domani il Papa volesse fare il vescovo di Tivoli è chiaro che mi cacceranno via».

Quarant'anni fa, sotto Paolo VI, il Vicariato promosse il convegno sui mali di Roma. Emerse il quadro di una città in cui chi aveva tanto aveva il meglio, e chi aveva poco il peggio. Oggi, a suo parere, quali sono i mali di questa città?
«Sono quelli delle metropoli, come Buenos Aires. Chi aumenta i benefici, e chi è sempre più povero. Non ero a conoscenza del convegno sui mali di Roma. Sono questioni molto romane, e io all'epoca avevo 38 anni. Sono il primo Papa che non ha preso parte al Concilio e il primo che ha studiato la teologia nel dopo Concilio e, in quel tempo, per noi la grande luce era Paolo VI. Per me la Evangelii Nuntiandi resta un documento pastorale mai superato». 


Esiste una gerarchia di valori da rispettare nella gestione della cosa pubblica?
«Certo. Tutelare sempre il bene comune. La vocazione per qualsiasi politico è questa. Un concetto ampio che include, per esempio, la custodia della vita umana, la sua dignità. Paolo VI usava dire che la missione della politica resta una delle forme più alte di carità. Oggi il problema della politica - non parlo solo dell'Italia ma di tutti i Paesi, il problema è mondiale - è che si è svalutata, rovinata dalla corruzione, dal fenomeno delle tangenti. Mi viene in mente un documento che hanno pubblicato i vescovi francesi 15 anni fa. Era una lettera pastorale che si intitolava: Riabilitare la politica e affrontava proprio questo argomento. Se non c'è servizio alla base, non si può nemmeno capire l'identità della politica».

Lei ha detto che la corruzione odora di putrefazione. Ha detto anche che la corruzione sociale è il frutto del cuore malato e non solo di condizioni esterne. Non ci sarebbe corruzione senza cuori corrotti. Il corrotto non ha amici ma utili idioti. Ce lo spiega meglio?
«Ho parlato due giorni di seguito di questo argomento perché commentavo la lettura della Vigna di Nabot. A me piace parlare sulle letture del giorno. Il primo giorno ho affrontato la fenomenologia della corruzione, il secondo giorno di come finiscono i corrotti. Il corrotto, comunque, non ha amici, ma ha solo complici».

Secondo lei si parla così tanto della corruzione perché i mass media insistono troppo sull'argomento, o perché effettivamente si tratta di un male endemico e grave?
«No, purtroppo è un fenomeno mondiale. Ci sono capi di Stato in carcere proprio per questo. Mi sono interrogato molto, e sono arrivato alla conclusione che tanti mali crescono soprattutto durante i cambi epocali. Stiamo vivendo non tanto un'epoca di cambiamenti, ma un cambio di epoca. E quindi si tratta di un cambio di cultura; proprio in questa fase emergono cose del genere. Il cambiamento d'epoca alimenta la decadenza morale, non solo in politica, ma nella vita finanziaria o sociale».

Anche i cristiani sembrano non brillare per testimonianza...
«È l'ambiente che facilita la corruzione. Non dico che tutti siano corrotti, ma penso sia difficile rimanere onesti in politica. Parlo dappertutto, non dell'Italia. Penso anche ad altri casi. A volte vi sono persone che vorrebbero fare le cose chiare, ma poi si trovano in difficoltà ed è come se venissero fagocitate da un fenomeno endemico, a più livelli, trasversale. Non perché sia la natura della politica, ma perché in un cambio d'epoca le spinte verso una certa deriva morale si fanno più forti».

A lei spaventa più la povertà morale o materiale di una città?
«Mi spaventano entrambe. Un affamato, per esempio, posso aiutarlo affinché non abbia più fame, ma se ha perso il lavoro e non trova più occupazione, ha a che fare con un'altra povertà. Non ha più dignità. Magari può andare alla Caritas e portarsi a casa un pacco viveri, ma sperimenta una povertà gravissima che rovina il cuore. Un vescovo ausiliare di Roma mi ha raccontato che tante persone vanno alla mensa e di nascosto, piene di vergogna, portano a casa del cibo. La loro dignità è progressivamente depauperata, vivono in uno stato di prostrazione».

Per le strade consolari di Roma si vedono ragazzine di appena 14 anni spesso costretta a prostituirsi nella noncuranza generale, mentre nella metro si assiste all'accattonaggio dei bambini. La Chiesa è ancora lievito? Si sente impotente come vescovo davanti a questo degrado morale?
«Provo dolore. Provo enorme dolore. Lo sfruttamento dei bambini mi fa soffrire. Anche in Argentina è la stessa cosa. Per alcuni lavori manuali vengono usati i bambini perché hanno le mani più piccole. Ma i bambini vengono anche sfruttati sessualmente, in alberghi. Una volta mi avvertirono che su una strada di Buenos Aires c'erano ragazzine prostitute di 12 anni. Mi sono informato ed effettivamente era così. Mi ha fatto male. Ma ancora di più vedere che si fermavano auto di grossa cilindrata guidate da anziani. Potevano essere i loro nonni. Facevano salire la bambina e la pagavano 15 pesos che poi servivano comprare gli scarti della droga, il "pacco". Per me sono pedofili queste persone che fanno questo alle bambine. Succede anche a Roma. La Città eterna che dovrebbe essere un faro nel mondo è specchio del degrado morale della società. Penso siano problemi che si risolvono con una buona politica sociale».

Che cosa può fare la politica?
«Rispondere in modo netto. Per esempio con servizi sociali che seguono le famiglie a capire, accompagnandole ad uscire da situazioni pesanti. Il fenomeno indica una deficienza di servizio sociale nella società».

La Chiesa però sta lavorando tantissimo...
«E deve continuare a farlo. Bisogna aiutare le famiglie in difficoltà, un lavoro in salita che impone lo sforzo comune».

A Roma sempre più giovani non vanno in chiesa, non battezzano i figli, non sanno nemmeno farsi il segno della Croce. Che strategia serve per invertire questo trend?
«La Chiesa deve uscire nelle strade, cercare la gente, andare nelle case, visitare le famiglie, andare nelle periferie. Non essere una chiesa che riceve soltanto, ma che offre».

E i parroci non devono mettere i bigodini alle pecore...
(Ride)«Ovviamente. Siamo in un momento di missione da una decina d'anni. Dobbiamo insistere».

La preoccupa la cultura della denatalità in Italia?
«Penso si debba lavorare di più per il bene comune dell'infanzia. Mettere su famiglia è un impegno, a volte non basta lo stipendio, non si arriva alla fine del mese. Si ha paura di perdere il lavoro o di non potere più pagare l'affitto. La politica sociale non aiuta. L'Italia ha un tasso bassissimo di natalità, la Spagna lo stesso.
La Francia va un po' meglio ma è bassa anche lei. E' come se l'Europa si fosse stancata di fare la mamma, preferendo fare la nonna. Molto dipende dalla crisi economica e non solo da una deriva culturale improntata all'egoismo e all'edonismo. L'altro giorno leggevo una statistica sui criteri di spesa della popolazione a livello mondiale. Dopo alimentazione, vestiti e medicine, tre voci necessarie, seguono la cosmetica e le spese per animali domestici».

Contano più gli animali che i bambini?
«Si tratta di un altro fenomeno di degrado culturale. Questo perché il rapporto affettivo con gli animali è più facile, maggiormente programmabile. Un animale non è libero, mentre avere un figlio è una cosa complessa».

Il Vangelo parla di più ai poveri o ai ricchi per convertirli?
«La povertà è al centro del Vangelo. Non si può capire il Vangelo senza capire la povertà reale, tenendo conto che esiste anche una povertà bellissima dello spirito: essere povero davanti a Dio perché Dio ti riempie. Il Vangelo si rivolge indistintamente ai poveri e ai ricchi. E parla sia di povertà che di ricchezza. Non condanna affatto i ricchi, semmai le ricchezze quando diventano oggetti idolatrati. Il dio denaro, il vitello d'oro».

Lei passa per essere un Papa comunista, pauperista, populista. L'Economist che le ha dedicato una copertina afferma che parla come Lenin. Si ritrova in questi panni?
«Io dico solo che i comunisti ci hanno derubato la bandiera. La bandiera dei poveri è cristiana. La povertà è al centro del Vangelo. I poveri sono al centro del Vangelo. Prendiamo Matteo 25, il protocollo sul quale noi saremo giudicati: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ignudo. Oppure guardiamo le Beatitudini, altra bandiera. I comunisti dicono che tutto questo è comunista. Sì, come no, venti secoli dopo. Allora quando parlano si potrebbe dire loro: ma voi siete cristiani» (ride).

Se mi permette una critica..
«Certo...»

Lei forse parla poco delle donne, e quando ne parla affronta l'argomento solo dal punto di vista del maternage, la donna sposa, la donna madre, eccetera. Eppure le donne ormai guidano Stati, multinazionali, eserciti. Nella Chiesa, secondo lei, le donne che posto occupano?
«Le donne sono la cosa più bella che Dio ha fatto. La Chiesa è donna. Chiesa è una parola femminile. Non si può fare teologia senza questa femminilità. Di questo, lei ha ragione, non si parla abbastanza. Sono d'accordo che si debba lavorare di più sulla teologia della donna. L'ho detto e si sta lavorando in questo senso».

Non intravede una certa misoginìa di fondo?
«Il fatto è che la donna è stata presa da una costola.. (ride di gusto). Scherzo, la mia è una battuta. Sono d'accordo che si debba approfondire di più la questione femminile, altrimenti non si può capire la Chiesa stessa».

Possiamo aspettarci da lei decisioni storiche, tipo una donna capo dicastero, non dico del clero...
(ride) «Beh, tante volte i preti finiscono sotto l'autorità delle perpetue...» Ad agosto lei andrà in Corea. E' la porta per la Cina? Lei sta puntando sull'Asia? «In Asia andrò due volte in sei mesi. In Corea ad agosto per incontrare i giovani asiatici. A gennaio nello Sri Lanka e nelle Filippine. La Chiesa in Asia è una promessa. La Corea rappresenta tanto, ha alle spalle una storia bellissima, per due secoli non ha avuto preti e il cattolicesimo è avanzato grazie ai laici. Ci sono stati anche martiri. Quanto alla Cina si tratta di una sfida culturale grande. Grandissima. E poi c'è l'esempio di Matteo Ricci che ha fatto tanto bene...»

Dove sta andando la Chiesa di Bergoglio?
«Grazie a Dio non ho nessuna Chiesa, seguo Cristo. Non ho fondato niente. Dal punto di vista dello stile non sono cambiato da come ero a Buenos Aires. Sì, forse qualcosina, perché si deve, ma cambiare alla mia età sarebbe stato ridicolo. Sul programma, invece, seguo quello che i cardinali hanno chiesto durante le congregazioni generali prima del conclave. Vado in quella direzione. Il Consiglio degli otto cardinali, un organismo esterno, nasce da lì. Era stato chiesto perché aiutasse a riformare la curia. Cosa peraltro non facile perché si fa un passo, ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c'era un dicastero poi diventano quattro. Le mie decisioni sono il frutto delle riunioni pre conclave. Nessuna cosa l'ho fatta da solo».

Un approccio democratico... 
«Sono state decisioni dei cardinali. Non so se un approccio democratico, direi più sinodale, anche se la parola per i cardinali non è appropriata».

Cosa augura ai romani per i Patroni San Pietro e Paolo?
«Che continuino a essere bravi. Sono tanto simpatici. Lo vedo nelle udienze e quando vado nelle parrocchie. Auguro loro di non perdere la gioia, la speranza, la fiducia nonostante le difficoltà. Anche il romanaccio è bello».

Wojtyla aveva imparato a dire, volemose bene, damose da fa'. Lei ha imparato qualche frase in romanesco?
«Per ora poco. Campa e fa' campa'». (Naturalmente ride).

February 21, 2014

March 23, 2013

Episcopus, non papa

L’irruenza del novo papa è tale che basta un giorno lontano dal Vaticano per esser travolti da una serie di avvenimenti davvero di grande portata.
Mi sveglio alle 6.00 e dopo un lungo viaggio per una città bloccata, mentre sfilano le auto blu e quelle diplomatiche dei capi di stato, riconosco le bandierine sul cofano di Bosnia e di Australia, arrivo alle 8.00 in sala stampa.
In realtà i fedeli accorsi non sono moltissimi, la piazza ha spazi vuoti e in via della Conciliazione stazionano pochi fedeli.
Ieri Francesco ha intanto sancito che non è e mai sarà papa o pontefice massimo. È un fatto meravigliosamente incredibile, il papato è finito, morto e sepolto. Anche io d’ora in poi lo chiamerò vescovo. Infatti, facendo schiumare rabbia ai conservatori, agli integralisti, di cui il solito gruppetto di giornalisti che qui mi guarda in cagnesco sono un buon termometro, ha deciso di non farsi “intronizzare”, né di celebrare l’inizio del regno. Sul regno ha tagliato corto, l’unico re è Gesù cristo. La cerimonia di oggi si chiama allora “Inizio del ministero petrino del vescovo di Roma”, è passata una settimana e mai Francesco ha detto, sono il papa, sono il pontefice. È il colpo d’accetta all’idea del potere temporale meglio assestato da sempre.
Incurante delle critiche, ha poi confermato il suo stemma di vescovo, che richiama il simbolo dei gesuiti, come stemma da vescovo di Roma e proseguito nel solco di Ratzinger rifiutando di mettere la tiara al di sopra dello stemma, ma lasciando la mitria vescovile. Padre Lombardi nella conferenza stampa di ieri ha cercato di far passare in secondo piano questi aspetti esaltando gli altri simboli che compongano nell’insieme la sacra famiglia, rappresentando san Giuseppe e Maria, ma le novità importanti sono quelle che ho segnalato.
Ieri il vescovo Francesco ha incontrato la presidentessa argentina Cristina Fernanda Khirchner, che ha portato a Francesco tutto il necessario per farsi il mate, il vescovo contento l’ha baciata. I due sembrano rappacificati, in ragione del nuovo ruolo istituzionale di Bergoglio. La presidentessa, cavalcando i sentimenti che già avevano fatto esprimere l’arcivescovo di Beunos Aires a favore dell’argentinità delle Malvinas/Falkland, ha ribadito il suo desiderio che il vescovo di Roma possa intercedere con gli inglesi in merito.
Che il papato non esista più e non sia un’idea solo mia, mi è confermata dal vaticanista della stampa Michele Brambilla, che sottolinea come una settimana fa si sia tenuta una messa per l’elezione del sommo pontefice e oggi ci si ritrovi a festeggiare l’inizio del ministero petrino di un vescovo, quello di Roma. Brambilla aggiunge, a ragione, che tutto scaturisce dall’idea ratzingeriana di un papato come mandato a tempo nella collegialità dei vescovi, idea che il pastore tedesco aveva formulato nel Concilio Vaticano II, bocciata allora da Paolo VI. Per altro oggi il vescovo Francesco concelebra insieme a tutti i patriarchi cattolici di rito orientale, patriarchi che reputa suoi pari, per rendere l’idea vale la pena elencare le loro titolarità: Alessandria dei Copti, Antiochia dei Greco-melkiti, Antiochia dei Siri, Cilicia degli Armeni, Babilonia dei Caldei, oltreché il patriarca greco – cattolico d’Ucraina e il patriarca latino di Gerusalemme Fuad Twal con il quale mi sono intrattenuto nel dicembre 2009 presso la sacrestia del patriarcato mentre una suora bergamasca da tempo in Terra Santa ripiegava i paramenti sacri indossati dal patriarca per la novena natalizia. Twal mi ha raccontato della sua visita pastorale a Gaza di quella giornata, dei problemi del muro edificato dagli israeliani, dell’enorme sofferenza del popolo palestinese, della buona salute del patriarca Michael Sabbah, che anni prima mi aveva insegnato:”se sei in difficoltà, cerca qualcuno più in difficoltà di te e aiutalo”.
Le madri e le nonne della plaza de Mayo non sono state invitate dal vescovo Francesco e questo mi dispiace. Quelle donne eccezionali hanno chiarito in ogni caso che il ruolo di Bergoglio nei tempi sanguinari della dittatura militare e fascista è stato quello, grave, di tacere, non una compromissione diretta come per sacerdoti come Grasselli o vescovi come Pio Laghi. Pare tuttavia che il primo beato proclamato da Francesco sarà Carlos Murias, frate francescano ucciso da Videla e dai suoi scherani all’inizio dei suoi anni di terrore nel 1976.
Nell’omelia Francesco insiste sull’impegno a custodire il mondo, il creato, a promuovere bontà e tenerezza contro odio, invidia e superbia, per fan vincere l’amore.
Dopo una sfogliatella con la marmellata salgo sul braccio di Carlo Magno, con me sul sempre precario ascensore, che poi è un montacarichi, tre sacerdoti che portano la comunione ai giornalisti cattolici. Il sole finalmente è caldo, sebbene nuvole svolazzino qua e là, la ressa è enorme perché ci sono anche i giornalisti e i video-operatori al seguito dei 132 capi di stato o dei loro rappresentanti, a cui si aggiungono quelli delle comunità religiose ortodosse, luterane e musulmane. Incontro i giornalisti dello Zimbabwe e sono reciproci e calorosi abbracci. Dichiaro loro la mia piena solidarietà alla loro nazione, al loro popolo e al presidente Robert Mugabe, che ha combattuto contro il colonialismo e l’imperialismo e ancora oggi difende un’idea di mondo non unipolare,  contrastando in patria i latifondisti bianchi che vorrebbero riprendere il sopravvento.
Termina la messa e, poco dopo la benedizione del vescovo Francesco, le colossali campane della basilica prendono a suonare con la robusta musicalità che oramai mi è divenuta familiare, trovandomi sempre a pochi metri dalle stesse in questi giorni di intensi scampanii.
Scendendo dal braccio di Carlo Magno, mi ritrovo proprio davanti al neosenatore Pierferdinando Casini che parla fitto col presidente dell’INPS Mastropasqua, che tiene stretto a sé sotto braccio, più dietro l’incerto filosofo ed ex parlamentare Buttiglione confabula con alcuni prelati. Arriva il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, lo saluto dicendogli che settimana prossima sarò dalle sue parti, a Castellammare di Stabia, sorride e mi rivolge parole gentili.
Passano molte automobili diplomatiche con tanto di bandierine, saluto un prelato camerunense, poi mi dirigo in sala stampa dove le immagini degli schermi rimandano i saluti del papa ai capi di stato. Entro proprio quando il grande bolivarista ecuadoregno Rafael Correa si intrattiene col vescovo, tra loro molte parole e larghi sorrisi, Francesco poi si inchina di fronte a uno sceicco sunnita e si intrattiene con il presidente socialdemocratico del parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz, persona di squisita gentilezza, come ho potuto constate di persona incontrandolo a Bruxelles qualche anno fa.
Alcuni, come Felipe di Spagna e consorte, si gettano a terra in vistose genuflessioni, ma non si rendono conto che il papa re non esiste più, è rimasto solo un vescovo.
Francesco ha espressioni di fraternità manifesta anche per altri esponenti della mondo islamico, un magrebino e un esponente mediorientale. Calorosissimo lo scambio di saluti e la conversazione con il ministro degli esteri della Repubblica Islamica d’Iran Alì Akbar Salehi e con l’ayatollah Naseri, già ambasciatore presso la Santa Sede e oggi deputato al parlamento iraniano, il Majlis di Teheran.
Nel rigido protocollo che prevede un ordine preciso per il saluto al nuovo vescovo i due vicepresidenti cubano e statunitense sono inseriti tra i capi di governo, con un gesto di evidente simpatia per entrambe le nazioni da parte della segreteria di stato vaticana. Succede così che il cattolico John Biden e l’altrettanto cattolica Nancy Pelosi si trovino vicini a Miguel Mario Diaz Canel Bermudez, indicato recentemente da Raul Castro come futura guida dell’isola
caraibica e socialista.
In piazza tante bandiere di tutto il mondo per festeggiare il vescovo di Roma, pastore universale, certamente, ma con oggi definitivamente dimissionario dal ruolo di papa supremo e infallibile. Il papato è finito, arriverà la collegialità. Francesco ha chiuso una storia che, almeno negli ultimi secoli, ha avuto una traiettoria molto chiara, nutritasi di potere spirituale e temporale congiuntosi dentro una presunta indiscutibilità delle prese di posizione del vescovo di Roma, trasformato in sommo pontefice. Finalmente il sommo pontefice non c’è più. Qualcuno potrà ancora gridare “viva il papa!”, ma sarà sempre più difficile utilizzare la parola “papa”, soprattutto se chi dovrebbe impersonarla la rifiuta. Forse non tutti hanno colto la portata storica di quanto è accaduto in queste ore, io ed altri lo avevamo intuito, ma la messa mattutina ne ha sancito un irrevocabile dismissione senza possibilità di ritorno.
Qui, in questa strana e piccola nazione, oggi più chiaro che mai, esiste solo il vescovo Francesco, singolare capo di stato che si è buttato definitivamente alle spalle una storia per dar vita a un nuovo inizio.

Davide Rossi  
19 marzo ’13, ore 14.00 
Giorno della fine del papato nella festività vaticana di san Giuseppe 
Sala stampa Santa Sede – Aula Paolo VI 


Pre-pubblicazione, Mimesis Edizioni (Aprile 2013)